Ho un sogno ricorrente.
Sono al supermercato. Riempio il carrello, scelgo dagli scaffali, poi lascio, poi cambio idea. Un percorso lungo dove il carrello si riempie e si svuota fino ad arrivare alla cassa. E lì mi sveglio.
Non so mai se ho comprato tutto, qualcosa, o me ne sono andata senza comprare niente.
Se ci pensate, questo sogno è la metafora esatta di quello che facciamo ogni giorno sui social. Abbiamo una scelta vastissima di immagini, frasi, libri, musica, spettacoli, documentari, relazioni umane. E per ore incameriamo notizie a una velocità supersonica, senza mai arrivare alla cassa.
Ho un’amica che sogna di scrivere un libro memorabile. Tutto quello che scrive lo straccia, perché non è sufficientemente bello per diventare un libro indimenticabile. E allora cosa fa? Continua a leggere, studia lo stile di ogni autore che ama, cerca la trama giusta. E continua a stracciare.
Questa è la malattia della nostra creatività. Il surplus di informazioni che subiamo ogni giorno non alimenta quello che produciamo — lo paralizza.
Come dipingerò oggi? Mi piace lo stile di Basquiat, ma ho visto quella pittrice norvegese, e quell’altro brasiliano. Poi c’era la mostra di Caravaggio, e quella di Munch. Troppo. Il confronto con i grandi è fondamentale per crescere, ma aumentare esponenzialmente la quantità di riferimenti non fa crescere il nostro stile personale. Ci rende fragili e dubbiosi.
Avete presente la frustrazione del “è già stato fatto tutto e io cosa posso fare di più”? Ecco, quella.
Il problema non è la cultura — si deve e si può leggere, studiare, vedere, ascoltare. Il problema è la dose e la velocità. La velocità con cui consumiamo immagini, video, idee non lascia spazio alla sedimentazione. E senza sedimentazione, non c’è stile personale. C’è solo rumore.
Per rigenerarsi bisogna rallentare davvero. Più passeggiate senza auricolari, senza ottimizzare il tempo. Più momenti fermi davanti a un tramonto, alle nuvole, alla pioggia. Più ore con gli amici senza cellulare in mano. Più lavori manuali, ripetitivi, catartici — quelli che non mettono alla prova i nervi e la vista. Più sonno, e risvegli dolci.
Non si tratta di rinunciare alla cultura. Si tratta di lavarsi via le centinaia di immagini e video che guardiamo ogni giorno per ritrovare uno spazio pulito dentro cui lavorare.
In fondo, mia madre era molto più creativa con il frigorifero vuoto. E io non ho bisogno di riempire il carrello della spesa.
Siete disponibili a provare?
Qui sotto c’è l’esercizio della settimana. Questa volta è una vera e propria dieta — non da quello che mangiamo, ma da quello che guardiamo e ascoltiamo.



